Voci di qualità
Viaggio nella sanità piacentina:
Gli studenti in corsia intervistano i malati
Presentazione del rapporto di ricerca sulla qualità percepita
nelle strutture sanitarie e socio-assistenziali.
Indagine realizzata dal Tribunale per i diritti del malato di Piacenza
in collaborazione con: Auser, Associazione Alzheimer Italia,
Azienda Usl, Liceo scientifico Respighi
- Il significato dell'impegno delle associazioni di tutela
dei diritti
Carlo Roda per Auser e Svep (Centro Servizi volontariato)
Andrea Gelati per L'Associazione Alzheimer Italia-Piacenza,
Adriana Gelmini per il Tribunale per i Diritti del Malato - L'esperienza di ricerca condotta dagli studenti. Il
contatto con le strutture sanitarie e socio-assistenziali
Giovanna Liotti Insegnante Liceo scientifico Respighi
Elisabetta Chiodaroli e Marco Capucciati studenti del liceo scientifico Respighi - I principali risultati della prima fase della ricerca:
Giuseppe Magistrali responsabile scientifico dell'indagine. - Le risposte delle strutture
Sulla base delle sollecitazioni del direttore di Libertà Gaetano Rizzuto, interverranno:
- Francesco Ripa di Meana Direttore Generale Az. Usl di Piacenza
- Tiziana Lavalle Dirigente Assistenziale Az. USL
- Miriam Bisagni U. O. Sviluppo Organizzativo e Qualità Az. USL
- Giovanni Ferrari U. O. Comunicazione e Marketing Az. USL
Sono stati inoltre invitati:
- Enrico Bionda Dirigente Responsabile U. O. Neurologia Az. USL
- Franco Colombo Dirigente Responsabile U. O. Ostetricia Ginecologia Az. USL
- Luciano Cristinelli Dirigente Responsabile U. O. Nefrologia e Dialisi Az. USL
- Fabrizio Franchi Dirigente responsabile U. O. Geriatria Az. USL
- Sergio Lotta Dirigente Responsabile Centro Recupero e Rieducazione Funzionale Villanova d'Arda Az. USL di Piacenza
- Renzo Beretta Coordinatore Sociale Casa Protetta Vittorio Emanuele
Dibattito. La ricerca contiene numerose testimonianze della percezione che i cittadini hanno della qualità delle prestazioni socio-sanitarie di cui hanno beneficiato. Grazie alla preziosa collaborazione degli studenti del Liceo scientifico Respighi, il Tribunale per i diritti del malato ha infatti raccolto significative interviste in profondità in alcuni reparti dell'Ospedale di Piacenza (Nefrologia-dialisi; ostetricia-ginecologia; geriatria; neurologia) e in due strutture riabilitative e socio-assistenziali (Centro Recupero e Rieducazione Funzionale di Villanova d'Arda e Casa Protetta Vittorio Emanuele).
Emergono interessanti "voci di qualità" che toccano
i temi della confortevolezza dei locali e delle strutture, dell'informazione
garantita all'utenza e della comunicazione con il personale, della
privacy e delle modalità relazionali, della qualità
alberghiera e del sostegno alle relazioni con l'esterno. Un spaccato
"visto dalla parte dei pazienti" in grado di segnalare
gli aspetti più confortanti e positivi ma anche i nodi critici
tuttora presenti.
La direzione dell'Azienda Usl ha sostenuto senza remore l'iniziativa,
ritenendo si trattasse di un'occasione per una conoscenza meno routinaria
dei bisogni dei propri utenti e con la consapevolezza dell'importanza
formativa dell'impegno assunto dagli studenti.
Il Convegno assume un significato particolare: non si tratterà
infatti solo di una giornata di studi. Il dialogo tra le associazioni,
il direttore generale dell'Ausl, i primari dei reparti e dei responsabili
delle strutture coinvolte, animato dal direttore del quotidiano
"Libertà", consentirà infatti di assumere
concreti impegni per il miglioramento degli aspetti critici emersi
durante la ricerca.
Il percorso di orientamento e formazione degli studenti ha visto il coinvolgimento dell'insegnate referente Giovanna Liotti, del direttore generale dell'Az.Usl di Piacenza Francesco Ripa di Meana, di Ferruccio Braibanti, responsabile dell'Ufficio relazioni con il pubblico, di Emanuela Damiani componente del Servizio Ispettivo Aziendale, di Maria Gasparini responsabile della qualità dell'azienda USL, di Maria Gelmini e Annamaria Pagani del Tribunale per i diritti del malato, di Clelia Raboni come volontaria ospedaliera, del sottoscritto come responsabile scientifico del progetto.
Gli studenti: Valentina Balordi, Pamela Barbieri, Francesco Bergamaschi, Elisa Binelli, Marco Cappucciati, Filippo Chiesa, Elisabetta Chiodaroli, Silvia Gazzola, Alfredo Lucchini, Gianpaolo Luppi, Alessandro Maggi, Gian Marco Martini, Raffaele Pantaleoni, Valentina Romano, Martino Signaroldi, Simona Zazzali
Sintesi convegno
a cura di Giuseppe Magistrali
"Le voci di qualità" che troveranno ascolto nel
convegno odierno, organizzato dal Tribunale dei diritti del malato,
sono testimonianze di cittadini disponibili a raccontare le esperienze
vissute nelle strutture sanitarie e socio assistenziali.
La ricerca condotta è stata ampiamente ripresa in questi
giorni da "Libertà" che ha realizzato un vero e
proprio viaggio nella sanità piacentina; un confortante esempio
di giornalismo civile, capace di offrire una preziosa occasione
di amplificazione e di confronto.
Certo l'indagine non ha pretesa di essere esauriente, le interviste
sono state realizzate solo in alcuni reparti e strutture riabilitative
e socio-assistenziali. Si sono tuttavia raccolti importanti segnali
della percezione che i cittadini hanno della qualità delle
prestazioni socio-sanitarie di cui hanno beneficiato. E' emerso
un quadro d'assieme con notevoli elementi positivi e alcuni aspetti
critici da superare.
Alcune caratteristiche che attribuiscono al lavoro una peculiarità,
non solo a livello locale, vanno segnalate.
- Il coinvolgimento degli studenti del liceo scientifico Respighi, adeguatamente preparati e "accompagnati" nella realizzazione delle interviste, ha costituito un valore aggiunto fondamentale alla ricerca. Per questi giovani cittadini il contatto con le strutture e, soprattutto, con le persone ha infatti rappresentato una preziosa occasione di formazione e di crescita.
- L'impegno delle associazioni di volontariato e di tutela dei diritti (Tribunale per i diritti del malato, Svep, Auser, Associazione Alzheimer) ha mostrato un notevole livello di maturazione e di consapevolezza rispetto alla funzione di stimolo e di rappresentanza dei bisogni e delle istanze dei cittadini che il Terzo settore può assumere.
- La disponibilità da parte dell'Azienda Usl e della Casa Protetta Vittorio Emanuele a "farsi valutare", vivendo l'iniziativa come occasione per una conoscenza meno routinaria dei bisogni dei propri utenti, è stato infine segnale di un'apertura tutt'altro che scontata.
Sulla scorta del lavoro svolto, Il confronto odierno tra tutti gli attori coinvolti avrà l'obiettivo di individuare azioni concrete per un ulteriore miglioramento della sanità piacentina.
L' indagine ha riguardato e coinvolto le seguenti strutture:
- Reparti ospedale di Piacenza:
- Geriatria;
- Neurologia
- Nefrologia/Dialisi;
- Ostetricia/Ginecologia; - Altre strutture
- Centro Recupero e riabilitazione funzionale di Villanova d'Arda;
- Casa Protetta Vittorio Emanuele di Piacenza
40 le interviste in profondità prese in esame (10
Vittorio Emanuele; 8 Neurologia; 5 Nefrologia/Dialisi; 7 Ostetricia/Ginecologia;
5 Geriatria; 5 Centro di Villanova)
Diversi intervistati hanno fatto inoltre riferimento, nei loro racconti,
anche a reparti diversi da quelli in cui si trovavano ricoverati.
Obiettivo generale è stato quello di Verificare la percezione della qualità della risposta assistenziale con riferimento alle seguenti aree.
- Confortevolezza e adeguatezza delle strutture;
- Livello di assistenza e qualità del personale;
- Sostegno alla vita di relazione;
- Informazione, consenso, privacy, tutela della dignità della persona;
- Conoscenza di organismi di volontariato operanti in ambito ospedaliero e dell'azione del Tribunale per i diritti del malato.
Alcuni spunti tra molti che avremmo potuto scegliere :
Confortevolezza/adeguatezza della struttura.
Aspetti positivi
Un aspetto che ha catalizzato le risposte degli intervistati riguarda
la pulizia degli ambienti il riconoscimento positivo risulta praticamente
unanime:
"Le stanze sono molto belle, ampie, per tre persone per ogni
stanza c'è un bagno; tutto molto pulito, perché passano
almeno due volte al giorno " (Ostetricia-Ginecologia).
"I locali sono molto migliorati…..adesso è tutto molto più accogliente…non ti sembra neanche di essere in ospedale…i bambini li lasciano più tempo durante le giornate…fin da subito, mentre prima non te li lasciavano tanto" (Ostetricia-Ginecologia. )
La pulizia viene segnalata come punto di forza in quasi tutte le
interviste raccolte anche al Vittorio Emanuele, tuttavia…
"Pulito è pulito dappertutto, però il pomeriggio
può capitare che se c'era una carta per terra può
rimanere lì fino al giorno dopo, ma non penso sia la cosa
più importante. Se vai a vedere la stanza di mia madre comunque
i sanitari sono pulitissimi, il pavimento è pulito, molto
diverso da casa mia ! ( Vittorio Emanuele).
"Ho trovato tutto di buon livello. Non ci sono più le stanze a tre letti; non ci sono più gli stanzoni di una volta; tutto è ben pulito e l'assistenza infermieristica è assidua (Neurologia).
A misura di
"Quando sono arrivato ci ho messo un po' ad ambientarmi anche
perché le mie condizioni non erano delle migliori, però
qui mi sono trovato bene. Trattandosi di un centro per le lesioni
midollari ci sono tutte le comodità per persone in carrozzina
o con difficoltà a spostarsi. C'è il bagno, il lavandino,
la doccia, i letti sono sempre all'altezza giusta; cioè come
comodità è chiaro che in un ospedale così non
c'è niente da dire ( Villanova)
Elementi critici
La cucina invece riscuote, in un gran numero di testimonianze un gradimento molto inferiore:
Non siamo in albergo
"Non sopporto la minestrina, è scotta, immangiabile
a volte; appena sento l'odore mi viene la nausea" (Ginecologia).
"né schifoso né eccellente, non è un ristorante" (Ginecologia ); "non si può pretendere di essere in un albergo a cinque stelle" (Neurologia)
"Quando sono arrivato qua ho avuto la sorpresa che mi chiedessero-
domani tu cosa vuoi?- Hanno il menù! Tu scegli il menù
come quando vai in vacanza. Ti portano il foglio, tu scegli pasta
al forno o minestrina, arrosto, formaggio…. Segui il tuo menù
e sai quello che mangi…c'è la cucina qui e la roba
viene su calda. E' chiaro che non è un ristorante, questo
lo devo dire, ma quando sono arrivato da Parma ho detto - questo
è un albergo a cinque stelle-
(Villanova)
la cucina risulta il punto dolente anche in struttura protetta:
"Quello che pecca di più forse è il mangiare.
Forse però loro dicono che non va bene perché sono
costretti a rimanere qui e non andrebbe bene nemmeno da un'altra
parte" ( Vittorio Emanuele).
"soprattutto della minestrina in brodo, se non c'è dentro
qualcosa sembra cotta nell'acqua" (Vittorio Emanuele).
Alcuni isolati rilievi critici mostrano una sicura attenzione ai
particolari e al senso estetico
" Dunque praticamente non c'è una porta finestra che
si chiuda; le veneziane credo siano incastrate da sempre. Sono state
sostituite, soprattutto da quella parte dove batte il sole, da quelle
bellissime tende di plastica che dal di fuori devono fare un bellissimo
vedere! Poi gli armadi, vedete voi stessi, sono quello che sono.
I condizionatori funzionano, sono vecchi ma funzionano. I bagni
si insomma….." ( Neurologia)
La carenza di personale
L'elemento più problematico segnalato da familiari e ospiti
del Vittorio Emanuele riguarda la supposta mancanza di personale,
un bisogno che pare cozzare contro le attuali norme che definiscono
gli standard assistenziali:
"L'unica cosa: ci vorrebbero tante persone in più ma
la struttura dice che le ore lavorate dai dipendenti sono già
superiori a quelle concesse dalla Regione" ( Vittorio Emanuele).
Ulteriore preoccupazione riguarda la ventilata sostituzione dei
medici interni con medici di base:
"E' arrivata la voce un mese circa fa che vogliono togliere
due dottoresse e un dottore fisso ; che ci sono sempre e sono sempre
reperibili per telefono, e mettere un medico condotto….che
non conosce nessuno (per conoscere gli ospiti ci vogliono dei mesi),
che quando qualcuno sta male li manda tutti al pronto soccorso,
così fanno pure alla svelta… ( Vittorio Emanuele).
Livello di assistenza e qualità del personale
Aspetti positivi
In generale prevale una notevole soddisfazione per il rapporto con
il personale e in particolare con quello infermieristico:
"Le infermiere sono tutte molto brave, anzi sono state pronte
e quando c'era bisogno sono sempre accorse" (Ginecologia)
Riconoscimenti anche entusiasti alla qualità assistenziale
non mancano in alcune interviste:
" Per me è un reparto ottimo questo; parlano di malasanità
ma qua non c'è malasanità, anzi mi curano molto bene"
( Nefrologia)
"Le infermiere sono molto gentili, premurose, hanno il senso
dell'umanità, quindi il meglio che si può ottenere"
( Nefrologia).,
"Dal punto di vista umano tutto il personale medico e paramedico
è di grande competenza e soprattutto di grande umanità,
…..ci si trova in famiglia…Puoi chiamare cento volte
per i motivi anche più banali, mai sentito nessuno lagnarsi"
( Neurologia)
Ugualmente positivo il riferimento che troviamo in un'altra intervista:
" In neurologia dell'ospedale mi sono trovata molto bene…..ho
avuto diverse esperienze di familiari tutti nell'arco di poco tempo,
e in neurologia si sono dimostrati umanissimi. Mi hanno lasciato,
e non si potrebbe, tutta la notte vicina a mia zia; cioè
hanno capito il caso e mi hanno lasciato" ( Geriatria)
La testimonianza della figlia di una signora ricoverata presso
la Casa protetta del Vittorio Emanuele segnala la notevole soddisfazione
per la crescita del livello di assistenza nella struttura:
"Mia madre è entrata nell'ottobre del 2000, gravissima.
E' arrivata qui proprio in punto di morte tre volte, e per tre volte
sono riusciti a prenderla per i capelli, questo è un posto
splendido. Io ci venivo 25 anni fa a fare la scout, a curare i vecchietti
ed era una cosa spaventosa" (Vittorio Emanuele).
Un'altra voce di un parente segnala il miglioramento delle condizioni
dopo l'ingresso in struttura, anche dal punto di vista del comportamento
e delle relazioni:
"Lui è arrivato qui che era un disastro, non si poteva
più sopportare…e invece adesso è proprio tranquillo,
siamo anche andati a fare una passeggiata prima…" ( Vittorio
Emanuele).
Come pure si sottolinea la validità degli interventi riabilitativi:
" Hanno una fisioterapista che li segue: mia mamma faceva ginnastica
tre volte al giorno, con un programma scritto. Controllavano la
schiena come era posizionata, in un letto con un materasso con l'allarme
; suonava se lei era posizionata in modo sbagliato. Non è
fantascienza, è una cosa giusta. "(Vittorio Emanuele).
Rispetto alla relazione terapeutica un discorso a parte va riservato
alla struttura riabilitativa di Villanova d'Arda. Qui la relazione
tra sanitari e ricoverati assume un carattere emblematico che, in
qualche modo, potrebbe risultare esemplare per tutti i reparti e
le strutture prese in considerazione.
"Venendo qui ero un po' imbarazzato, per l'emotività
più che altro; ma adesso mi trovo benissimo. Anche l'ambiente
è molto bello, molto caldo, anche perché i medici
sono molto attivi, molto disponibili ( Villanova)
Elementi critici
La fretta talvolta viene segnalata come ad una buona relazione
tra operatori e pazienti:
"Hanno sempre molta fretta; probabilmente li posso anche capire
però noi abbiamo anche bisogno di sapere" (Ginecologia.
)
Perplessità vengono espresse rispetto al clima incontrato
in sala parto.
"Però l'unica cosa che ho avuto l'impatto giù
in sala parto; mi hanno portata lì e mi sono trovata così
spersa. (Ostetricia-Ginecologia).
La difficoltà maggiori incontrate in ostetricia ginecologia
nei confronti del personale medico viene rimarcata in altre interviste.
"Bravissime le infermiere ma poca sensibilità da parte
dei medici; secondo me avrebbero bisogno di alcuni corsi di pedagogia
e psicologia" (Ostetricia-Ginecologia).
Il carico di lavoro sembra ostacolare una maggiore prossimità
medico paziente "Certi pazienti sembrano un po' lasciati da
parte, ma evidentemente anche i medici non possono dedicarsi ad
ogni singolo paziente. Noi vorremmo che ci fosse un medico solo
per noi, no ? Ma tutto questo non è possibile." (Neurologia)
Severi risultano i giudizi di alcuni parenti intervistati che riferiscono
critiche anche molto pesanti ad altri reparti ospedalieri con cui
sono stati in contatto :
"Al Pronto Soccorso vengono trattati male, io mi sono trovata
con mio padre che è un demente, quindi i dementi si comportano
da dementi, a sentire dire dietro la porta mentre io cercavo di
spiegare cosa avesse mio padre, - no signora aspetti, lei perché
tiene la bocca sempre aperta ?"… ( Geriatria)
Anche il capitolo delle Cliniche private, e della poca attenzione
alla prevenzione e al trattamento delle piaghe da decubito viene
toccato da alcuni parenti :
"A parte in geriatria dove le cose funzionano bene, se finiscono
nelle cliniche è un disastro totale. Qui (in geriatria n.d.r.)
non si impiagano, in medicina generale tornano con le piaghe perché
non sono neanche pronti a capire che a una persona va cambiato il
pannolino comunque per certe volte durante il giorno, non solo quando
ti avvisa. "(Geriatria)
Le dimissioni
Altro tema toccato con molta preoccupazione è quello della
sbrigatività delle dimissioni soprattutto quando si tratta
di persone anziane; l'idea che in questi casi la struttura valuti
che non sia il caso di darsi troppo da fare risulta sicuramente
inquietante:
"Mio papà è stato ricoverato il 21 di marzo in
Medicina 2 , con un focolaio molto esteso e purtroppo me lo hanno
dimesso due settimane dopo non guarito; gli hanno fatto fare degli
esami dopo e , dicendomi che poteva essere un tumore al polmone,
l'hanno mandato a casa senza cure. Io ho avuto a casa un malato
e non sapevo cosa fare…. Quindi sono andata a dire ai medici
della Medicina cosa dovevo fare e loro mi avevano detto che assolutamente
non sapevano cosa fare, perché a 92 anni non c'è più
niente da fare " ( Geriatria)
Nello specifico l'intervistata segnala però un positivo
mutamento della situazione nel successivo rapporto con il reparto
di Geriatria:
"Eravamo già disposti a fare una denuncia al Tribunale
per i diritti del malato…. Con i medici del reparto di geriatria
è stato diverso; anche gli infermieri sono molto validi e
disponibili.." (Geriatria)
Un rilievo critico emerge invece in relazione alle liste di attesa
per l'ingresso in struttura :
"In previsione della sua dimissione io mi ero prenotato qui
al Vittorio, e quando lo zio uscì non ci fu modo di entrare,
ecco il problema. Come potevamo fare ? l'ospedale lo dimetteva e
noi non sapevamo dove metterlo" ( Vittorio Emanuele).
Alla valutazione positiva delle attenzioni riservate agli ospiti
del Vittorio Emanuele si contrappone, in alcuni casi, una forte
perplessità rispetto al trattamento riservato alle persone
anziane in Ospedale:
"Al Pronto Soccorso lo guardavano male…E' uscito con
una rottura sulla schiena, e piaghe dappertutto cose che qua non
succedono mai…là invece in ospedale è stato
quattro giorni e l'hanno rimandato a casa malmesso….(Vittorio
Emanuele).
"Ne può parlare anche con una signora, che viene dopo,
: lei ha addirittura fatto una carta scritta per il dottore: -per
favore mio padre non mandatelo più, per nessun motivo al
pronto soccorso- per darvi un'idea di come sono curati i malati"
( Vittorio Emanuele).
La comunicazione e l'informazione
L'informazione, il coinvolgimento consapevole del paziente, il
dialogo con il personale risultano tra gli elementi più richiesti
e controversi di tutta la ricerca.
"si, si ci spiegano, oppure se non lo fanno io chiedo sempre
che cosa mi stanno facendo". (Ostetricia-Ginecologia).
Altre testimonianze denunciano in modo molto forte come la comunicazione
sia a volte decisamente trascurata:
"No il medico non ha parlato con me; ha lasciato solo un foglietto
sopra il mio letto" (Ostetricia-Ginecologia)
Un intervistato bene riassume la difficoltà, l'imbarazzo,
l'asimmetria informativa:
"Un paziente non sa mai che termini usare, invece il medico
dice guarda è così, è per questo, è
successo per questo e per quest'altro: Io poi ,ad esempio, sono
un po' impacciato anche a chiedere, non so come chiedere, non so
se ti rispondono bene, volentieri. Dovrebbero farlo volontariamente
e avere un po' più di tempo. Però hanno poco tempo,
se chiedi te lo dicono, se non chiedi no." (Neurologia)
La necessità di andare a chiedere e i limiti di questo atteggiamento
da parte dei sanitari viene ribadito con chiarezza da un'altra intervista
:
"Non sempre informano spontaneamente il parente; quasi sempre
è quest'ultimo che deve chiedere; sotto questo aspetto si
potrebbe migliorare. I parenti più sanno e più sono
tranquilli. " (Neurologia)
Griglia di intervista sulla percezione della qualità dei servizi sanitari e socio-assistenziali a Piacenza
Tribunale per i Diritti del Malato/Cittadinanza attiva
Centro Servizi per il Volontariato (S.v.e.p.)
Azienda Unità Sanitaria Locale
Liceo Scientifico Respighi
Strutture coinvolte:
Reparti ospedale di Piacenza:
Geriatria
Neurologia
Ostetricia/Ginecologia
Nefrologia/Dialisi
Centro di Riabilitazione di Villanova - Casa protetta Vittorio
Emanuele di Piacenza
Articolazione dell'intervista
- Presentazione preliminare del carattere e degli obiettivi dell'iniziativa. Il significato del coinvolgimento degli studenti. La collaborazione richiesta la tutela dell'anonimato
- L'intervista assume le caratteristiche di strumento qualitativo di indagine in profondità non direttiva. Il che significa che bisogna garantire la massima possibilità di espressione delle persone intervistate.
Griglia delle domande
- Per prima cosa le vorremmo chiedere di raccontarci come è stata la sua esperienza (sentimenti, vissuti, approdo) di ricovero in questo reparto o struttura ospedaliera (o socio-assistenziale per il Vittorio Emanuele)
- Quale valutazione esprime in relazione al comfort e all'adeguatezza degli ambienti e del trattamento riservato agli ospiti? (pulizia della stanza, del bagno, di altri locali; qualità del cibo; tranquillità/silenzio del reparto/struttura)
- Qual è la sua valutazione del livello di assistenza/cura da parte del personale sanitario? (cercare di capire se vi sono differenze rispetto alle diverse figure)
- Ritiene sia adeguatamente sostenuta la vita di relazione? (visite dei parenti, possibilità di contatto e comunicazione con l'esterno, animazione ecc..)
- Ritiene di essere stato adeguatamente informato e coinvolto rispetto alle terapie e alle cure o agli interventi? (verificare la percezione del livello di passività/attività percepito)
- Qual è la sua valutazione sul rispetto della privacy e della dignità della persona?
- In definitiva quali ritiene siano stati gli aspetti più positivi e quelli più negativi della sua esperienza?
- Quali richieste/proposte si sentirebbe di formulare per il miglioramento della qualità degli interventi?
- Conosce l'attività del Tribunale per i diritti del malato
o di altri organismi di volontariato ospedaliero (solo per l'Ospedale
di Piacenza). Qual è il suo giudizio sulle funzioni e sull'operato
di queste associazioni?
Annotazioni
Indicare età, sesso, titolo di studio, comune di residenza; dando assicurazioni in merito all'anonimato.
Le interviste vengono condotte in coppie. Un ragazzo presenta l'iniziativa e poi svolge il ruolo di osservatore attento. Il secondo conduce l'intervista secondo le modalità concordate.
Oltre alla fedele sbobinatura del testo la coppia di intervistatori aggiunge le proprie osservazioni in particolare rispetto a:
- Clima e modalità dell'intervista
- Tempi e tranquillità
- Agio/disagio di intervistato e intervistatori
- Grado di comprensione degli obiettivi e delle domande
- Aspetti di contenuto che più li hanno colpiti
Le riflessioni degli studenti coinvolti
Valentina Balordi
Spesso si sente parlare di giovani amorfi, privi di veri valori,
inconsapevoli nell'agire, dal linguaggio volgare, insensibili alla
sofferenza, bombardati dai mass media,...
Quante volte, assistendo a talk show o dibattiti verbali o non verbali
ci viene proposta un'immagine del giovane come "daemonium"
del mondo futuro!...
Il progetto: "La qualità di vita in ospedale" che
abbiamo condotto quest'anno, ha avuto vari obiettivi, alcuni diretti,
altri indiretti.
In primis valutare la qualità delle strutture ospedaliere
(ambiente, competenze personale, rispetto privacy, cibo, ...) per
poi muovere proposte/richieste al fine di migliorare il Servizio.
Un altro aspetto che credo abbiamo pienamente raggiunto è
stata la consapevolezza e la serenità con cui abbiamo collaborato,
sia tra di noi ragazzi, che tra ragazzi e degenti.
Con tutta sincerità pensavo che per alcuni di noi l'impatto
con questa realtà potesse, all'inizio, portarci a dire/fare
qualcosa di non molto positivo,... per esempio ridere (è
provato scientificamente che il riso funge da schermo, come il pianto)
o affrontare con leggerezza l'intervista.
Forse le mie aspettative erano deludenti perché soggiogata
dai media, ed invece mi sono resa conto della profonda (ma nascosta)
maturità della nostra classe. E questa è stata una
grande prova!
E quest'ultima si è rivelata tale anche nel lavoro di sbobinatura,
dove tra me e le mie due compagne c'è stata profonda intesa
e collaborazione. Anche a livello di tempi, sono stati pienamente
ottimizzati.
Ad essere sincera, forse parte delle interviste sono coincise con
un periodo scolastico molto impegnativo; io ad esempio avrei voluto
con tutto il cuore recarmi a Villanova, ma non ho proprio potuto
per questo fatto.
Per quanto riguarda il rapporto con il personale ospedaliero, ho
trovato estremamente gentile e premuroso il prof. Cristinelli, primario
della divisione di nefrologia, e tutto il suo staff; in neurologia
abbiamo incontrato solo la caposala, ma l'organizzazione per la
scelta del parente intervistato ... non e stata molto mirata. Infatti,
ci hanno proposto una suora, che assisteva una consorella, entrata
la notte stessa, e quindi non aveva ancora avuto modo di verificare
la qualità del servizio.
Terzo obiettivo: approccio con una nuova realtà.
Questo obiettivo da parte mia non è stato raggiunto, nel
senso che, purtroppo, quest'anno, avevo già avuto modo di
rapportarmi con le sofferenze dei malato e con l'impatto dell'ospedale,
per problemi familiari.
Quando, infatti, siamo andati a fare la nostra prima intervista,
vedevo i miei compagni un po' spaesati e a volte, imbarazzati, io
invece ero già preparata, non mi sono trovata davanti a una
realtà nuova ai miei occhi.
Ciò che mi ha maggiormente colpito è stata la disponibilità
con cui i degenti si rapportavano a noi e ci ha davvero fatto piacere
essere stati considerati una "folata di gioventù nel
buio della sofferenza"... Questa è la mia valutazione,
estremamente sincera, del nostro progetto, veramente "speciale"
(e credo irripetibile) che ha maturato in noi la consapevolezza
della sofferenza altrui, rinforzato lo spirito di collaborazione
e verificato che il nostro ospedale non funziona poi cosi male!
Pamela Barbieri
"dovrete fare delle interviste ai degenti ospedalieri!":
tutto è iniziato in questo modo.
Dopo questa breve ed importante frase, detta da uno dei collaboratori
di questo progetto, un grande mormorio si è alzato in classe,
fino ad arrivare ad un vero e proprio caos costituito da frasi di
felicità, di sorprese, di dubbi…
Quando tutto ci è stato spiegato in dettaglio, allora sì,
aumentavano le espressioni di entusiasmo e curiosità.
Anch'io ero tra di loro ed ero veramente entusiasta di avere questa
grande occasione con la quale avrei potuto aiutare tante persone
per migliorare le loro condizioni in ospedale. La cosa forse che
mi ha colpito di più è stata la fiducia che ci hanno
dato quelle società così importanti come SVEP, USL
e il Tribunale per i Diritti del Malato, quasi mi sono sentita lusingata,
(sì lusingata è proprio la parola giusta) di essere
proprio io ad avere la possibilità di aiutare quelle persone
ed è per questo che fin dall'inizio mi sono promessa di portare
a termine questo progetto nel modo migliore (e sinceramente spero
di averlo fatto!)
Il progetto ha iniziato a concretizzarsi quando ho fatto la mia
prima intervista, sono andata in nefrologia ed ho iniziato, insieme
al mio compagno, ad intervistare una degente. Il clima non era certo
quello dei migliori, soprattutto perché due anni fa ho avuto
una brutta esperienza, ma adire la verità erano più
gli intervistati a "tirarci su il morale", avevano una
forza e una voglia di vivere che mi ha veramente stupito. Stavano
seduti in un letto d'ospedale con la speranza di guarire e di ritornare
come prima, con una determinazione incredibile come se avessero
uno "slogan" "la vita è un dono abbine cura!"
Avevano ancora la voglia di scherzare e di ridere, probabilmente
erano più vitali di spirito di noi. È questo che mi
ha colpito e spero davvero di essere come loro e di avere la loro
stessa forza e determinazione.
Fortunatamente l'intervista è andata bene: per loro andava
tutto bene, anche il personale ospedaliero era gentile e disponibile:
e questo è molto importante perché una persona che
sta poco bene fisicamente deve essere seguita e rassicurata dalla
gente che le sta attorno.
Hanno parlato bene anche delle condizioni igieniche, degli orari
di visita da parte dei parenti, della qualità del cibo: insomma
va tutto a gonfie vele (meglio così!)
Quando abbiamo terminato l'intervista e salutato le nostre "vittime",
mi sono sentita quasi rassicurata che loro stessero bene, pur stando
male fisicamente, che avessero un appoggio, delle sicurezze.
È per questo che spero che il nostro lavoro li possa aiutare
veramente tanto perché loro mi hanno dato veramente tanto
e spero di fare lo stesso io per loro!!!
Francesco Bergamaschi
lo ho preso parte 2 volte a questa iniziativa di contribuire con
il tribunale per i diritti del malato:
1 Ginecologia Martedì 16 4 2002
questa e stata la mia prima esperienza, le interviste le ho fatte
con una ragazza di 5°, abbiamo intervistato 3 donne abbastanza
giovani, tutte e tre erano d'accordo nel dire che la struttura ospedaliera
è efficiente, però ha aggiunto di aver trovato freddezza
da parte dei medici. Questo tema mi ha fatto riflettere; l'ospedale
non e un posto felice, quando ci si va e perché si hanno
problemi, il morale della persona ne risente per questo c'è
bisogno di personale che si occupi anche di questo aspetto non fisico
affinché il paziente non si senta solo e trascurato. Questo
è l'unica cosa che ho notato, per il resto ho avuto una buona
impressione anche a livello organizzativo: a ogni coppia di visitatori
era già stato assegnato un paziente e così tutti hanno
potuto svolgere al meglio il sondaggio.
2 Geriatria Lunedì 6 5 2002
in questo caso il panorama era completamente diverso: stanze molto
piccole, dove stavano letti, con una distanza fra l'una e l'altro
di a mala pena un metro, e considerando che solitamente in geriatria
la degenza dura qualche mese la cosa è piuttosto grave. Inoltre,
ho avuto la sensazione che quando siamo arrivati di non essere attesi
poiché non erano pronti i pazienti con cui avremmo dovuto
dialogare, ricordo che un medico ha fatto il giro delle stanze per
chiedere se qualcuno era disposto a essere intervistato, ma come
era prevedibile in poco tempo non siamo riusciti a reperire un numero
sufficiente di pazienti affinché noi li potessimo intervistare.
lo non mi sento in grado di giudicare, poiché in geriatria
ci sono stato solo una volta, prendo comunque atto che quel giorno
non erano organizzati a riceverci. Complessivamente ho avuti un
impressione positiva di questo lavoro, anche perché non ci
sono stati grossi problemi interni: siamo sempre riusciti ad organizzarci.
Devo dire che l'esperienza in geriatria e quella che mi ha colpito
di più, infatti, tutti diventano anziani, ed è anche
nel mio interesse cercare di migliorare le condizioni dei degenti.
Elisa Binelli
La mia esperienza relativa al progetto 'La Qualità di Vita
in Ospedale" e stata per me un po' come "un tuffo nel
vuoto".
È stata infatti la prima volta che ho avuto l'occasione di
entrare in contatto con persone anziane, o comunque con persone
con gravi problemi fisici disposti a raccontarmi la loro esperienza
liberamente. Il mio primo impatto con il paziente non e stato molto
positivo, forse per il mio carattere un po' timido, la paura di
sbagliare domanda mettendo in imbarazzo l'interlocutore. Con il
tempo ho saputo comunque riscattarmi, prendendo man mano più
confidenza sia con il progetto sia con il paziente.
Personalmente ho partecipato due volte a questo progetto, la prima
volta alla clinica Bel Vedere nel reparto Geriatria e la seconda
alla Casa Di Riposo Vittorio Emanuele.
Quello che mi ha più colpito e come l'organizzazione è
molto diversa da ospedale ad ospedale e da reparto a reparto, e
credo che dove questa è venuta a mancare ci sia stata dai
competenti e dai medici disinteresse nei nostri confronti e del
nostro progetto.
Infatti la mia esperienza in questi due ospedali e stata completamente
diversa l'una dall'altra per un motivo soprattutto organizzativo.
Alla Clinica Bel Vedere ho avuto un impatto abbastanza negativo
in quanto abbiamo dovuto cercare i pazienti camera per camera e
nessuno era stato informato del nostro progetto e questa l'abbiamo
poi riscontrato durante l'intervista quando i pazienti tendevano
a non soddisfare le nostre domande raccontando fatti tristi o gloriosi
della loro vita. Grande accoglienza e ospitalità invece al
Vittorio Emanuele dove prima ci siamo riuniti e organizzati e poi
abbiamo iniziato a lavorare con persone già selezionate e
già a conoscenza del nostro progetto, motivate a muovere
critiche e a dare un loro contributo.
Comunque, nonostante i primi ostacoli, sono soddisfatta e contenta
del progetto che ci hanno proposto in quanto ho avuto la possibilità
di conoscere meglio questo settore ospedaliero ma anche a scoprire
una parte sensibile di me che non credevo di avere. Questo progetto
di lavoro mi ha aiutato a crescere e a riflettere sull'importanza
della dignità umana
Marco Cappucciati
Da poco abbiamo terminato la prima parte del lavoro riguardante
l'ambiente ospedaliero. Per essere sincero, in principio (come spesso
mi accade) non presi seriamente questo progetto anche perché
non mi convinceva. Quindi lo considerai un buon modo per passare
qualche ora di scuola senza fare nulla. Il mio giudizio però,
cambiò a poco a poco, grazie ai vari incontri con i medici
e gli infermieri che ci spiegarono la situazione. Infatti trovai
la cosa sempre più interessante anche perché iniziai
a pensare che anch'io avrei potuto essere un possibile futuro malato,
quindi non sarebbe stata una brutta cosa cercare di migliorare almeno
in parte le condizioni del degente o perlomeno contribuire all'informazione
sulla vita del paziente in ospedale ed anche all'integrazione di
un dialogo dei suoi diritti.
La prima lezione venne tenuta dal dottore Braibanti che ci illustrò
la storia della medicina e le riforme più importanti; in
seguito, il dott. Magistrali, grazie da alcune simulazioni riuscì
a farci entrare nell'ottica di intervistatori. Lavorai in coppia
con un mio amico d'infanzia: Giacomo. Proprio perché ci conoscevamo
da una vita decidemmo i lavorare insieme; naturalmente non ci furono
problemi, anzi ci trovammo pienamente a nostro agio. Personalmente,
non ebbi problemi con l'ambiente ospedaliero o i malati.
Durante l'infanzia ebbi già modo di confrontarmi con questa
realtà. In quinta elementare mi ruppi il braccio sinistro
e giocando a basket (a livelli agonistici) entrambe le caviglie.
Certo in questo caso la situazione cambia; non più come paziente,
ma come intervistatore. La paziente che intervistammo era una donna
di trentotto anni che purtroppo aveva abortito. Non incontrammo
nessun problema durante l'intervista, forse perché avevamo
una traccia da seguire e poi sicuramente grazie alla disponibilità
della donna.
Questa esperienza sicuramente mi ha aiutato a crescere dal punto
di vista mentale. Mi sono reso conto che l'ospedale non è
solo il "medico", ma vi e un"organizzazione alle
sue spalle senza la quale tutto il sistema crollerebbe. Le infermiere
(spesso messe in secondo piano) che coprono un ruolo molto importante
anche dal punto di vista umano, e poi ancora quei ragazzi della
mia età o poco più vecchi che impiegano parte del
tempo libero nel volontariato: spesso il loro operato risulta fondamentale.
Per concludere non posso dimenticare il fatto che quando esco da
un ospedale mi sento sempre un po' meglio, un po' più sollevato
e mi vergogno se penso che a volte mi arrabbio se un'interrogazione
e andata male oppure se i miei genitori non mi permettono di fare
qualcosa, quando invece migliaia di persone, fra le quali ragazzi
come me, si trovano su di un letto di ospedale a combattere per
la vita.
Filippo Chiesa
Mi ricordo come se fosse ieri il giorni in cui la professoressa
Liotti ci ha annunciato, a me e ai miei compagni di classe, che
avremmo dovuto portare avanti in prima persona un progetto di lavoro
in collaborazione con Svep, tribunale dei diritti del malato e l'azienda
USL di Piacenza. Questo progetto s'intitolava "1a qualità
di vita in ospedale".
Appena siamo giunti al corrente di questa iniziativa, da molti giudicata
inutile, ho subito cominciato a pensare quale sarebbe potuto essere
il nostro compito all'interno di questa nuova ed alquanto insolita
attività scolastica. Quando poi ci hanno informato che avremmo
dovuto tenere alcune interviste a pazienti ricoverati in vari reparti
ospedalieri, tra i quali neurologia, ostetricia, dialisi e molti
altri ancora, ho subito capito che sarebbe stata questa di certo
un'esperienza interessante e per certi versi divertente. Sarebbe
stata comunque al 100% utile per il nostro futuro. Ma c'era ancora
un dubbio dentro di me al quale non ero per niente in grado di dare
una risposta: "Come avremmo fatto da un giorno all'altro a
imparare a tenere un'intervista?".
Ma non appena questo dubbio fu risolto e cominciato a perpetrare
in me il desiderio di incominciare questa attività. Ma doveva
passare ancora un mese prima che questo mio desiderio divenisse
realizzabile. Durante questa interminabile attesa e stato chiesta
ad ognuno di noi di segnalare 2 giorni nei quali eravamo liberi
da impegni. lo credevo che questa iniziativa ci avrebbe oltre modo
impegnato portandoci via tempo utile per lo studio, una volta capito
che mi avrebbe occupato solo due ore la settimana, tutti i miei
pregiudizi erano svaniti nel nulla. E ora si doveva solo aspettare
il giorno prestabilito per iniziare a svolgere questo lavoro. Ma
fortunatamente questo giorno arrivo quasi subito. La mia prima intervista
ha avuto luogo in neurologia e, dopo un po' di vergogna iniziale,
e grazie anche all'aiuto dell'intervistato che mi ha subito messo
a mio agio, sono riuscito a svolgere il mio lavoro velocemente e
senza intoppi. Il giorno dopo, sempre in compagnia dei miei compagni
di classe, siamo andati nel reparto di dialisi. Devo confessare
che in questo reparto ero un po' a disagio, in quanto mentre intervistavo
il sig. che mi era stato assegnato potevo vedere il sangue che girava
nelle macchine predisposte alla dialisi.
Ma anche questa difficoltà e stata superata. La mia terza
e ultima intervista e stata fatta all'ospizio Vittorio Emanuele,
ma lì non sono entrato nel vivo delle operazioni in quanto
l'intervista e stata tenuta da una mia compagna di classe. Per quest'anno
ci hanno detto che il nostro compito e finito in quanto abbiamo
esaurito le persone da intervistare, ma questa attività riprenderà
a settembre. Riassumendo ciò che ho detto, trovo che questa
esperienza sia stata molto utile per noi ragazzi e ringrazio la
professoressa per averci dato la possibilità di partecipare
a questa iniziativa che all'inizio giudicavo inutile, in quanto
la ritenevo una perdita di tempo, ma che poi si e rivelata un'attività
didattica interessante.
Elisabetta Chiodaroli
Era ormai da qualche tempo che non varcavo la soglia di un ospedale,
erano trascorsi cinque anni dall'ultima volta che avevo vissuto
la malattia e la sofferenza di una persona cara, era ormai trascorso
tempo e credevo di aver dimenticato. Ma quando sentii pronunciare
per la prima volta "….progetto in collaborazione con
il tribunale per il malato sulla qualità della vita in ospedale…"
tutti i ricordi sepolti in quel tempo riaffiorarono e le parole
"malato" e "ospedale" cominciarono a insidiare
gli angoli più remoti della mia mente, le cavità più
profonde del mio cuore.
Curiosità e timore convivevano in me! Vedevo davanti agli
occhi quel progetto di ricerca: mi entusiasmava e m'inquietava,
mi attirava e mi allontanava; ma io scelsi. Mi lasciai entusiasmare
e attirare, mettendo in silenzio inquietudini, dubbi, timori, paure.
Ora dico: la scelta fu più che mai giusta!
Così iniziò l'avventura. Nei primi incontri con i
vari responsabili del progetto iniziai a prendere coscienza di quale
sarebbe stato il mio/nostro ruolo; a poco a poco nacque in me la
passione per il lavoro futuro. Suscitavano il mio interesse sia
l'argomento sia la metodologia di ricerca. Dopo qualche incontro
svoltosi in classe ardeva in me il desiderio di sperimentarmi come
intervistatrice, come ricercatrice, ma soprattutto come persona.
Persona a contatto con un ambiente "diverso", un po' "sconosciuto";
persona di fronte ad altre persone forse meno fortunate di lei (almeno
in questo momento della loro vita).
L'unico problema che di tanto in tanto ridava vigore alla mia iniziale
titubanza era la concreta realizzazione del progetto: come avrei
conciliato i doveri scolastici ed extrascolastici con questo? era
veramente opportuno "perdere" dei pomeriggi? sarei stata
capace di affrontare con serenità e attenta sensibilità
i degenti in questo periodo della mia vita in cui tutto, dentro
e fuori di me, mi meraviglia e mi inquieta?e..? ma..? e se poi…….?
Quanti "ma", quanti "se", quanti "e poi":
tutti inutili. Mi è stato infatti possibile scegliere i giorni
a me più comodi per svolgere le interviste - inchieste così
da non trascurare né la scuola, né altri impegni.
Era ormai da qualche tempo che non varcavo la soglia di un ospedale……
ma quel martedì … un passo e…ero entrata! L'impatto
fu molto tranquillo e sereno, l'accoglienza calda e l'organizzazione
del reparto perfetta. Forse perché quel pomeriggio la meta
era: ginecologia - ostetricia. Qui la nascita di creature nuove
spegneva ogni dolore; sul volto di ogni madre e di ogni padre riluceva
un sorriso di speranza, un sorriso di vita, uno sguardo d'amore.
In queste persone notai una disponibilità, quasi istintiva,
all'ascolto e al dialogo. Infermiere, medici e ogni altro tipo di
personale ospedaliero facevano da cornice allo stupendo quadro dei
genitori rinati alla vita con i loro figli.
L'esperienza di intervistatrice che immaginavo molto più
professionale, si rivelò profondamente umana. Concluso il
lavoro tanti pensieri affollavano la mia immaginazione, mi immedesimavo
negli intervistati e provavo a rispondere al loro posto: una sensazione
davvero particolare e meravigliosa.
Il progetto stava diventando parte di me e io di questo.
L'attività di sbobinatura (se così si può dire)
risultò tutt'altro che noiosa e monotona: divertimento, scambio
di riflessioni e commenti e, perché no, esercizio di ascolto
e di scrittura.
Dopo la prima intervista - inchiesta, soddisfatta e entusiasta,
non aspettavo che svolgerne altre. Decisi però di recarmi
nell'ospedale di Villanova. Questa era una realtà fino ad
allora poco nota per me. Le rare occasioni in cui l'avevo sentita
nominare era sempre stata associata a situazioni piuttosto spiacevoli
non solo di adulti ma anche di ragazzi della mia stessa età.
Un giorno mi venne un'idea: perché non prendere coraggio
e conoscere quell'ospedale di Villanova? E…presi coraggio.
La partenza per raggiungere la struttura di Villanova fu piuttosto
avventurosa: nessuno dei presenti era mai stato là e il percorso
da seguire non era esattamente chiaro. Ma dopo un'oretta di peregrinazione
per le strade del piacentino, finalmente arrivammo. Durante il viaggio
non mi preoccupavo né della perdita di tempo, né del
"girovagare inconsapevole", ma non riuscivo ad evitare
un pensiero: cosa mi avrebbe aspettato a Villanova.
Se quel giorno fosse stato una poesia,il tempo trascorso in macchina
sarebbe stato una strofa di incalzanti interrogativi cui avrebbe
fatto seguito il climax ascendente dell'esperienza in ospedale.
All'ingresso sentii il cuore raggelare. Palcoscenico e attori erano
completamente diversi da quelli di ostetricia - ginecologia. Agli
ambienti caldi e colorati di tinte pastello come in una fiaba si
contrapponevano ampi spazi vuoti, privi di personalità, freddi,
muti. Sugli strilli, le chiacchiere e i pianti dei neonati era sceso
un cupo silenzio. C'erano molti ragazzi, ragazze, uomini, donne
e anziani: tutti zitti, con gli occhi persi, fuggitivi, con posizioni
da statue come di persone messe a tacere, segregate in un angolo,
vietate di provare emozioni. Di emozioni, però, ne suscitavano
tante: dalla compassione alla rabbia, dalla tristezza ad un'arresa
serenità. Le impressioni (forse un po' prevenute) che mi
avevano trasmesso, cominciarono a perdere consistenza fin dall'incontro
con i medici. Mi colpì la loro cordialità, gentilezza,
sensibilità e gioia. Ogni cosa era ben organizzata e programmata.
Così quelle impressioni furono sovvertite ancor più
dalle stesse persone che me le avevano trasmesse poco prima.
Il primo ragazzo che intervistammo era su di una sedia a rotelle
e su quella sedia avrebbe dovuto passare tutta la vita futura. Non
posso nascondere l'imbarazzo che mi investì, mi mancavano
quasi le parole, ma non fu necessario che io pronunciassi troppe
e inutili frasi perché quel ragazzo raccontò la sua
storia, le sue sensazioni, i suoi vissuti con spontaneità
e sincerità. Come lui anche gli/le altri/e.
Sembra banale, ma da loro ho ricevuto una lezione di vita che penso
non scorderò mai. Ho capito che per me è facile pensare
con positività e ottimismo. Ho capito che spesso avere un
corpo sano e usufruire di tante comodità mi distolgono dalla
vita vera, cosicché finisco per esistere e niente più.
Ho capito che le mie lamentele e i miei capricci non hanno motivo
di essere. Ho capito di dover tornare a casa stanca la sera per
la fatica di essere generosa, disponibile sempre, pronta ad ogni
richiesta e impegnata, stanca per avere speso le mie energie nel
costruire qualcosa; stanca ma felice di avere aiutato gli altri
e me stessa a vivere veramente. Tutte queste cose ho capito, ora
spero di riuscire a farne tesoro e realtà.
Silvia Gazzola
Normalmente, ciascuna persona che senta nominare la parola "ospedale",
per associazione d'idee, pensa subito ai malati, ai medici, agli
infermieri, ai lunghi corridoi anonimi, ad un clima di tristezza,
di speranza, di dolore. A nessuno verrebbe mai in mente di legare
al vocabolo ospedale un gruppo di adolescenti sani che si aggirano
a coppie nei corridoi muniti di registratore. È quello che
è capitato a me nel momento in cui è stato proposto
il progetto che consiste in breve nell'effettuare interviste registrate
ai degenti in ospedale per accertare il grado di qualità
presente nei sevizi medici. L'idea iniziale è durata fino
a quando quella coppia di ragazzi non e stata formata da me e da
un mio compagno in prima persona.
In verità mi sono sentita subito scettica nei confronti di
questo progetto, essenzialmente per due motivi: per prima cosa perché
lo consideravo inutile in quanto ogni persona, alla fine della degenza,
è tenuta a compilare un questionario a voti sulla qualità
dei servizi, per fornire all'amministrazione ospedaliera un bilancio
critico sulla sua esperienza. Il secondo motivo è più
personale ed è legato al fatto che non mi è mai piaciuto
entrare in un ospedale, in quanto lo vedo come un luogo di dolore
e di sofferenza di fronte al quale mi sento impotente.
Ebbene, questo modo di pensare, adesso che scrivo alla luce dell'esperienza
vissuta, mi sembra estremamente lontano e solo rievocandolo mi rendo
conto di aver compiuto un cammino di crescita.
Questo il progetto nei particolari essenziali: il lavoro si è
articolato in una parte teorica e in un'altra pratica che ci ha
visto direttamente in azione. Durante la prima parte siamo venuti
in contatto con medici, esperti e persone che operano direttamente
in ospedale (per esempio infermieri e volontari). Nei primi incontri,
tenuti dai responsabili dell'ASL, ci è stata illustrata in
breve la storia della medicina. Questa parte è stata corredata
anche da una breve storia dell'evoluzione, dell'organizzazione e
dell'attività dell'Azienda Sanitaria Locale e dell'organismo
del Tribunale del Malato, utile a mio parere ad illustrarci le finalità
e le modalità con cui agisce questo ente sul territorio.
Il Dottor Magistrali è forse stata la persona a noi più
vicina e più presente, con la quale abbiamo svolto la maggior
parte della preparazione: ci ha "istruito" sui metodi
per effettuare le interviste e le sue parole sono state per me un
punto di riferimento. Penso di essere riuscita, grazie al suo intervento,
ad entrare mentalmente nell'ottica del lavoro che stavamo per intraprendere
e a coglierne lentamente l'essenza. Credo sia stato allora che ho
incominciato ad abbandonare lo scetticismo iniziale: sono convinta
che cooperare ad un miglioramento dei servizi sia un dovere di ogni
cittadino. Riassumendo brevemente quello che in proposito mi è
rimasto dell'esperienza direi una nuova e rinnovata coscienza e
consapevolezza personale, collettiva, umana, affettiva e, perché
no, anche civica e sociale. Una esperienza particolarmente utile
vissuta in classe è stata anche quella di poter sperimentare
con un compagno alcuni approcci interpersonali. Dico che ciò
ha lasciato un particolare segno dentro di me perché sono
capitata in coppia con un compagno che conoscevo superficialmente
e sul quale oggi posso dire di aver cambiato opinione. Un lavoro
rivelatosi efficace anche dal punto di vista della socializzazione
e della conoscenza fra noi compagni di classe, quindi. Non da ultimo
vorrei sottolineare l'importanza della presenza dei volontari e
degli infermieri che con la loro testimonianza mi hanno aiutato
a trovare ulteriori motivazioni per il lavoro che si sarebbe dovuto
svolgere. Personalmente già una volta mi era capitato di
svolgere esperienze di volontariato con gli Scout: si e trattato
però di un approccio di un peso diverso , senza un necessario
contatto diretto e in cui prevaleva più che altro lo spirito
del gruppo. Ciò che mi e rimasto più impresso e il
fatto di stringere un rapporto personale, il valore della sussidiarietà
e dell'apprendimento reciproco mediante l'ascolto attivo, mettendo
in discussione una parte di noi stessi e stabilendo un contatto
vincendo un'eventuale timidezza.
Durante l'attivazione pratica del progetto si è potuto provare
personalmente ciò per cui eravamo stati preparati in classe.
Mi sembra doveroso premettere che questa fase del lavoro, le interviste
non direttive in profondità, non mi ha visto particolarmente
partecipe. Ora, guardando indietro ed ascoltando le esperienze forti
che alcuni miei compagni hanno vissuto, rimpiango in parte di non
aver dato più volte la mia disponibilità; ma, ben
si intenda, si tratta di un rimpianto "innocente" in quanto
ero trattenuta da altri impegni pomeridiani. L'unica attività
sul campo che ho potuto vivere è stata nel reparto di ginecologia:
il contatto è stato dapprima con una ragazza (quasi nostra
coetanea) che si è dichiarata soddisfatta della professionalità
medica, dell'assistenza e del clima cordiale trovato e successivamente
con una signora vittima di una incomprensione fra due medici e che
quindi stava vivendo una fase di insicurezza e di inquietudine.
Il lavoro che si è svolto a coppie è stato particolare
ed insolito, in quanto è avvenuto proprio fuori dalla contesto
scolastico. Spiegando meglio, è capitato moltissime volte
di trovarsi a coppie fuori dalla struttura scolastica, magari per
studiare insieme o per svolgere lavori di ricerca: attività
tutte comunque connesse alla scuola, con un obbiettivo ben preciso.
In questo caso il lavoro di coppie è stato invece diverso
perché non era programmato a puntino: dovevamo seguire degli
schemi prefissati, ma ciò che valeva al momento dell'intervista
era la capacità di collaborazione, di adattamento e il modo
di porsi della coppia intervistatrice. Il lavoro di gruppo, visto
in questo contesto, diventa secondo me molto più efficace
in quanto richiede un impegno disinteressato, disinibito, paritario
e complementare da parte delle persone; personalmente in tale contesto
ho vissuto molto meglio la collaborazione con il mio compagno, molto
di più rispetto a quando capita nei lavori collettivi scolastici.
In ultimo tengo a precisare che, quasi a supplire al difetto di
frequenza sul piano pratico, sono contenta di avere parlato di questa
nostra esperienza al pubblico televisivo di una emittente locale.
Infatti, nell'ambito di una trasmissione dedicata all'amore, la
nostra testimonianza è servita a proporre una delle mille
sfaccettature che questo sentimento può assumere.
Concludendo, spero che da ciò che ho illustrato sia trapelato
una sorta di climax ascendente di entusiasmo che mi ha accompagnato
in questo progetto.
Penso che una persona malata o che sta vivendo un'esperienza di
dolore possa trasmettere ad una persona che goda di benessere alcuni
valori che normalmente si dimenticano di possedere.
In proposito, anche se è riferita ad un contesto totalmente
differente, mi sento di citare una frase tratta dal film "Risvegli",
che narra di alcune persone afflitte da una malattia che li immobilizza
allo stato vegetativo. Viene però sperimentato un farmaco
che in un primo momento sembra efficace e dona a queste persone
un breve "risveglio". Ecco le parole che un malato, dopo
una riflessione, rivolge al suo medico:
"Lo dobbiamo ricordare, glielo dobbiamo ricordare a tutti com'è
bello, tutti hanno dimenticato che cos'è la vita. Leggi il
giornale, che cosa dice? Tutto è male, tutto è brutto...
hanno dimenticato che cosa significa essere vivi. Bisogna che qualcuno
gli ricordi che cos'è che hanno e che cosa potrebbero perdere.
lo sento la gioia della vita, il dono della vita, la libertà
della vita, la meraviglia della vita!"
Alfredo Lucchini
Quando la nostra prof. ci propose questa attività extra scolastica,
nella classe, si creò un clima di tensione e di paura di
non essere all'altezza di portare avanti questo lavoro.
Però con il passare del tempo e dopo varie riunioni, ci siamo
convinti che il lavoro che stavamo facendo era soprattutto una cosa
per noi; per noi dato che se un giorno saremmo dovuti entrare in
una struttura ospedaliera e avremmo dovuto trovarci a nostro agio
sarà soprattutto per noi che abbiamo saputo cogliere grazie
ad interviste ai malati e alle persone meno fortunate di noi, cosa
non andava e cosa c'era da migliorare nel sistema sanitario. Queste
interviste, realizzate proprio da noi ragazzi, penso che siano servite
a noi soprattutto per capire in quale realtà sono costrette
a vivere certe persone sfortunate e a capire quanto siamo fortunati
noi a stare bene e a non dover essere continuamente sottoposti a
cure o trattamenti per tirare avanti ancora un giorno.
lo non penso che questo lavoro sia stato una perdita di tempo, dato
che è stato fatto totalmente (a parte qualche eccezione)
nelle ore scolastiche e se non, la nostra prof. si accertava della
nostra disponibilità e di conseguenza per portare a termine
questo progetto nessuno di noi, almeno credo, non abbia trascurato
i suoi studi e poi questo penso che possa essere considerato come
un lavoro di formazione.
La realtà ospedaliera è una realtà molto triste,
dove ci sono persone costrette a vivere in uno stato a volte anche
pessimo a vedersi, che però continuano a lottare contro le
proprie malattie, pur sapendo che non c'è più niente
da fare per loro, come certi malati della geriatria che mi è
capitato di intervistare.
Queste persone che lottano e che soffrono pur di tirare a campare
ancora un giorno anche a costo di sacrificare la propria famiglia
e la propria vita privata, meritano rispetto da parte di chi si
occupa di loro, meritano di sapere la verità riguardo a loro
e alle proprie malattie, ma soprattutto meritano di vivere in un
ambiente confortevole e che almeno gli venga dato quello che chiedono
a patto che non sia dannoso per queste persone. Mi ricordo un intervista
fatta ad un signore anziano della geriatria che apprezzava tutti
i servizi che l'ospedale aveva da offrirgli, ma chiedeva solo un
televisore.
La mia esperienza relativa al progetto della vita all'interno dell'ospedale
mi è servita soprattutto per capire come il sistema sanitario
si preoccupi delle condizioni di vita dei suoi clienti all'interno
delle sue strutture. Concludo dicendo che spero che questo lavoro
sia servito e che venga preso in considerazione dalle autorità
sanitarie.
Gianpaolo Luppi
Potrebbe sembrare una cosa da poco, ma credo che ricevere le congratulazioni
ed i complimenti di esponenti importanti della sanità della
nostra città e non solo, nonché sentirsi ed essere
realmente utili alla società nella quale viviamo, e a parer
mio una bella soddisfazione e un mattoncino importante volto ci
costruire la nostra crescita. Durante il primo appuntamento di questa
esperienza, che ci ha accompagnati per qualche mese, nel quale medici
e volontari ci hanno prima esposto la loro testimonianza e poi illustrato
nei dettagli in che cose sarebbe consistito il nostro compito, ero
rimasto un po' perplesso.
Per me entrare in un ospedale o comunque in une qualsiasi struttura
sanitaria voleva dire affrontare un'esperienza nuova ed entrare
in un mondo sconosciuto, con tutte le paure, le preoccupazioni e
le domande possibili in una situazione tele.
Spesso pensavo a come mi sarei dovuto comportare una volta trovatomi
di fronte ad un malato. Due erano le idee che mi correvano per la
mente: celarmi dietro ad una maschera di ragazzo forte e poco condizionabile
dei eventi esterni, oppure essere veramente me stesso, capace quindi
di instaurare un primo rapporto con il mio interlocutore, uscendo
probabilmente dal ruolo di intervistatore e lasciandomi coinvolgere
e forse emozionare.
In fondo però, quando realmente ti trovi ci vivere l'esperienza
e tutto diverso e si scopre che ci poco erano servite le preoccupazioni.
È difficile, infatti, rimanere indifferente davanti ad una
persona che pur avendo sofferto è pronta e parlare della
sua esperienza e ad aprirsi con entusiasmo affinché le condizioni
di permanenza di futuri degenti possano essere migliori che non
le sue.
È capitato spesso che il discorso, delle semplici domande
delle interviste si sia spostato su fronti diversi. Personalmente
mi è capitato di intervistare ospiti del reparto di geriatria
dell'ospedale di Piacenza. Solitamente l'età di queste persone
non era più giovanile, ma adulta e in veri casi anche più;
ma credo che questo mi abbia facilitato le cose. Affrontare un'esperienza
come quella di Villanova, quindi con ragazzi o giovani della mia
età, sarebbe stato probabilmente troppo, tenuto conto che
per me questo e stato come uno svezzamento all'interno di questo
mondo (quello sanitario) fatto di difficoltà ma soprattutto
di forza e coraggio e valori profondi.
Comunque quella che all'inizio mi pareva come un'attività
diversa del comune ma null'altro, si è rivelata una vera
e propria occasione di riflessione e di crescita morale. E mi è
parso che questa sia stata in generale, l'opinione comune all'interno
della classe. Infatti, è stata anche un'opportunità
per vederci e conoscerci tra noi ragazzi fuori dall'ambito scolastico
e sotto un'ottica nuova e ben lontana da quella euforica e ricca
di voglia di scherzare e di svagarsi. Inizialmente la proposta e
stata quella di effettuare un solo turno di interviste e testa,
ma essendosi presentata l'opportunità, cercando di combinare
i vari impegni, non e stato difficile rendersi disponibili per almeno
un secondo appuntamento.
Forse avremmo potuto organizzarci meglio e con più calma,
ma se fosse stato tutto perfetto non avremmo avuto nemmeno uno stimolo
per affrontare il seguito di questa avventura, per cercare di migliorare
certi particolari e per aggiungere una pietra al grande muro della
nostra maturità.
Concludo con la piacevole sensazione che grazie ci questa esperienza
ho potuto una volta di più percepire: a volte un semplice
sorriso donato, si rivela tanto prezioso da poter rendere migliore
la giornata di qualcun altro ma anche e soprattutto la cura.
Alessandro Maggi
In quest'anno scolastico abbiamo partecipato ad un progetto di primaria
importanza nella società in cui viviamo, cioè la qualità
della vita in delle persone ricoverate in strutture ospedaliere
pubbliche o private che siano. Per quanto riguarda la mia esperienza
posso dire che ho potuto osservare solo una piccola parte di vita
che si svolge in questi centri; proprio per questo motivo il mio
giudizio sarà sicuramente non globale.
Difatti, ad esempio in geriatria, reparto che si trova in una clinica
privata, ha potuto vedere come i servizi essenziali, siano forniti
piuttosto bene, inoltre intervistando alcuni degenti ha potuto capire
come soprattutto i rapporti umani siano il punto forte di questo
reparto; i dialoghi tra paziente dottore, il saper ascoltare, e
capire i pazienti; ovviamente ho potuto ascoltare solo una minoranza
di ricoverati, ma quasi tutti erano in accordo con questi punti.
Questa mia prima esperienza fu accompagnata da un certo senso di
inquietudine e allo stesso tempo di indifferenza, infatti, sinceramente,
avevo preso questo nuovo progetto con leggerezza e superficialità,
avevo molti preconcetti, inizialmente non mi andava neppure di partecipare
al lavoro, credevo fosse solo una montatura per far sembrare il
servizio sanitario buono ed efficiente. Fortunatamente mi sono dovuto
ricredere, già dalla prima intervista iniziai a capire il
senso e la serietà, quest'ultima in certi casi non troppo
ferrea, del nostro lavoro. Soprattutto cambiai radicalmente la mia
iniziale idea con la seconda esperienza al "Vittorio Emanuele"
l'impegno fu maggiore, ero più motivato, quasi contento di
ciò che stavo andando a fare, in quest'ultimo luogo potemmo
ascoltare ben più persone, e fui sorpreso dalla sincerità
delle risposte, infatti, potemmo sentire come alcuni pazienti erano
scontenti del personale, dell'assistenza, in quanto questa struttura
essendo appaltata ad una cooperativa non offre sempre personale
qualificato e "idoneo... " al lavoro. Altri lamentavano
l'insufficienza del personale, o l'indifferenza di questo; ovviamente
emersero anche giudizi positivi soprattutto sull'igiene, sulla qualità
del cibo, sui possibili orari di visita, ecc. Concludendo posso
dire che tutt'ora sono piuttosto soddisfatto di ciò a cui
abbiamo partecipato anche se ogni volta che ripenso alle sensazioni
che provavo entrando in quelle strutture mi sale un certo senso
di angoscia, di "depressione"; mi rattristavo nel vedere
come le persone possono cambiare radicalmente nel corso della vita,
o vedere meglio sentire come in certi luoghi si può perdere
dei tutto la dignità, soprattutto questo grazie a persone
menefreghiste e subdole, perciò complessivamente credo che
la qualità della vita e l'attenzione per queste case di cura
possano essere migliorate non solo parlando e facendo molte promesse
ma attuando qualcosa di concreto.
Gian Marco Martini
Nonostante, per fortuna, fosse molto tempo che non frequentavo un
ospedale, il suo ricordo era ancora molto impresso dentro di me.
Appena la professoressa ci ha parlato di questo "progetto in
collaborazione con il tribunale per i diritti del malato sulla qualità
della vita in ospedale", nella mia mente hanno iniziato a sovrapporsi
le immagini delle grandi stanzone tutte uguali, delle sedie a rotelle,
dei malati, della sofferenza. Proprio per questo confesso che all'inizio
ho avvertito un certo timore e non ero del tutto favorevole a tale
importante iniziativa. Le varie lezioni per farci capire come dovevamo
comportarci, per me, sono state molto faticose da ascoltare, a causa
di una specie di rifiuto per cercare di non pensare alla malattia.
Qualche giorno dopo è arrivato il mio turno di intervistatore,
attività che mi ha sempre affascinato, e così, nonostante
tutto sono andato. L'emozione era forte perché non sapevo
con che tipo di persona potevo trovarmi a colloquiare. Fortunatamente
ho conversato con una persona disponibile, gentile e, benché
le condizioni non fossero delle migliori, abbastanza tranquilla
e felice. All'improvviso ho cominciato a capire che ciò che
stavo facendo diventava sempre più interessante e che con
la mia intervista potevo dare un effettivo vantaggio ai malati.
Allora il mio impegno e il mio interesse divennero massimi ed il
risultato fu, secondo me, ottimo. A questa attività seguì
la sbobinatura delle cassette durante la quale eravamo tutti "esaltati"
perché lavoravamo come i veri giornalisti. Alla fine di tutto
ho imparato molte cose e ciò mi è stato d'aiuto per
superare le mie antiche paure . Questo non significa che sia felice
quando entro in un ospedale ma ho conosciuto un altro lato di questo,
il lato indispensabile per chi non è in salute. Ho anche
imparato a riconoscere che i veri problemi sono questi e non i miei
futili capricci; spero di non scordarmene mai più e di farne
tesoro per la mia vita.
Raffaele Pantaleoni
Quando ho sentito parlare per la prima volta del progetto che avrebbe
coinvolto la mia classe, sicuramente, ero piuttosto dubbioso. Mi
chiedevo se mai fossimo potuti veramente essere d'aiuto alle associazioni
che lo promuovevano e se non fosse che una perdita di tempo. Dopo
i primi incontri e le prime lezioni condotte dai medici e dagli
psicologi ho cominciato a ricredermi e ad appassionarmi a questa
cosa. Infatti, se questo progetto fosse stato eseguito e portato
a termine con discreto successo le condizioni dei pazienti in ospedale
sarebbero potute migliorare. Durante le lezioni, i responsabili
del progetto ci hanno spiegato dettagliatamente quale sarebbe stato
il nostro compito, i modi in cui avremmo dovuto svolgere l'intervista
ai malati. Dopo alcuni incontri era arrivato il momento di mettere
in pratica quello che ci era stato chiesto ed insegnato così
un pomeriggio io ed altri miei compagni ci siamo recati in ospedale.
Davanti alla porta d'ingresso ho avuto un attimo di esitazione,
non ero sicuro di me stesso, non sapevo se sarei stato in grado
di portare a termine il mio compito. Poi ho ripreso fiducia in me
e allo stesso tempo il coraggio di entrare in un mondo del tutto
diverso da quello in cui vivo abitualmente, in un mondo in cui la
gente vive soffrendo, e in questo mondo è più che
naturale sentirsi un po' a disagio. Dopo essere entrato in ospedale
ho cominciato a pensare e ripensare a quello che dovevo fare quel
pomeriggio, i responsabili del progetto erano stati molto chiari
a riguardo: dovevamo soltanto porre delle domande sulla qualità
di vita ospedaliera. Dopo alcuni minuti di attesa era arrivato il
momento di incominciare l'intervista. Nei primi cinque minuti ero
molto imbarazzato, non perché io sia timido ma perché,
parlare con una persona sdraiata su di un letto in ospedale, tormentata
continuamente dal dolore e dalla sofferenza della malattia, mentre
io fortunatamente non ho alcun problema, è una situazione
che mi mette particolarmente a disagio. Dopo i primi minuti però
ho cominciato a pensare una cosa: non so se tutto quello che abbiamo
fatto servirà per migliorare le condizioni di vita in ospedale,
però spero che nei minuti in cui abbiamo svolto le interviste
i pazienti abbiano avuto non solo la possibilità di giudicare
le condizioni e le strutture in cui per loro sfortuna devono vivere
ma anche un modo per passare il tempo diverso dalla monotonia dell'ospedale.
Quindi se devo tracciare un bilancio su quest'esperienza, è
sicuramente positivo, mi ha aiutato a crescere e credo che mi potrà
servire in futuro per avere rispetto delle persone che mi circondano.
Valentina Romano
Il progetto "La qualità di vita in ospedale" ci
ha coinvolti per buona parte di quest'anno scolastico e continuerà
anche per il prossimo.
La nostra esperienza si è articolata in vari momenti. Inizialmente
sono venuti dei medici e dei responsabili dell'attività a
scuola per chiarirci il progetto. Come introduzione ci è
stata spiegata l'evoluzione delle strutture ospedaliere e in generale
della medicina nel corso dei secoli. Alcuni volontari dell'ambito
ci hanno esposto chiaramente la loro funzione nell'ospedale, mettendo
in evidenza di volta in volta ciò che per loro era piacevole
e fonte di soddisfazione, ma anche i disagi del lavoro in questa
struttura. In un secondo momento ci siamo dedicati alla vera e propria
intervista: attraverso le fotocopie e le spiegazioni ricevute abbiamo
compreso sia quale realmente fosse la nostra funzione, sia la vera
importanza del progetto.
Questi momenti, anche se di importanza fondamentale non sono, di
certo, stati interessanti come "l'esperienza sul campo".
Così, armati di buona volontà, non senza qualche disguido
organizzativo, ci siamo recati in ospedale per intervistare i degenti.
Purtroppo a causa degli impegni extra scolastici, sono riuscita
a partecipare una volta soltanto. La fortuna mi ha assistita e sono
capitata proprio nel mio reparto preferito: ginecologia. Le due
pazienti, che io e la mia amica abbiamo intervistato, sono state
davvero molto cortesi ed hanno risposto in modo chiaro ed esauriente
alle domande che proponevamo loro.
Ciò che mi ha più colpita di questa esperienza è
stata la felicità delle neo madri, che da poco avevano vissuto
l'esperienza che, secondo me, più realizza una donna, quella
di partorire una creatura. C'era qualcosa nei loro volti e nei loro
occhi che mi ha sorpresa. In un certo qual modo, io, che scettica
non ho mai capito ciò che di bello potesse esserci nel lavoro
del medico, ho compreso le soddisfazioni di questa professione:
vedere le persone aiutate felici. In questo senso il progetto mi
ha aiutata ad essere più aperta verso le cose che non conosco.
Un'altra cosa che mi ha fatto piacere è stata la mancanza
di critiche al reparto. Del resto appena ho avuto modo di conoscere,
anche se solo superficialmente, il personale di servizio, mi sono
meravigliata di fronte alla premura avuta con le ricoverate. Quindi
un altro merito del progetto è stato quello di screditare
ai miei occhi l'opinione diffusa di una scarsa disponibilità
del personale.
È in questo modo che un'esperienza, che all'inizio ritenevo
che non potesse farmi crescere si è trasformata completamente.
In un primo momento, infatti, ero abbastanza scettica di fronte
a questo progetto, non pensavo di avere la maturità necessaria
per affrontare le persone che dovevo intervistare. Non credevo di
riuscire a cogliere ciò che aveva significato per loro questo
ricovero. Ero assolutamente riluttante di fronte all'idea di dover
intervistare persone di certi reparti e, forse, non sarei stata
idonea ad ascoltare situazioni troppo delicate. Penso che questa
stessa mia sensazione di inadeguatezza la abbiano avuta anche i
miei compagni, anche se, magari, era solo una impressione.
Alla fine noi giovani ci siamo dimostrati più maturi, seri
e sensibili di quanto si potesse pensare. Abbiamo, nel nostro piccolo,
smentito ciò che alcuni dicono di questa generazione. Gli
adolescenti di oggi non sono solo quelli che scrivono sui sedili
degli autobus, o che si drogano, o che egoisticamente e superficialmente
non riescono a vedere oltre alle cose che più strettamente
li circondano. Noi giovani siamo anche persone che partecipano a
progetti come questi, che fanno volontariato alla Croce Rossa, che
sono responsabili delle campagne ambientali.
Questo progetto mi ha fatta crescere perché ora sono più
consapevole del fatto che forse anch'io posso diventare un persona
migliore. Sono, ora, ansiosa di partecipare di nuovo a questa iniziativa
il prossimo anno e vedere quanto ancora potrò sorprendermi
delle potenzialità della nuova generazione, tanto criticata
e tanto amata, che ha ancora qualcosa da lasciare ad una umanità
che, in fatto di valori si sta forse un po' deteriorando.
Martino Signaroldi
Tutto ha avuto inizio qualche mese fa, quando la professoressa
Liotti ci ha parlato di una certa iniziativa in collaborazione con
la USL, il tribunale dei diritti del malato e lo SVEP, chiedendoci
se avremmo voluto parteciparvi. Inizialmente eravamo un po' indecisi,
ma in seguito abbiamo accettato la proposta. Sulle prime questa
iniziativa non mi interessava più di tanto, ma mi sono dovuto
ricredere, perché pian piano, incontro dopo incontro il desiderio
di ascoltare quei simpatici medici e volontari era sempre più
forte.
Nel primo incontro devo dire di essermi molto sorpreso quando o
saputo che uno dei medici che avevamo di fronte era il direttore
generale della USL, ovvero il dottor Ripa di Meana.
Questo fatto mi ha reso l'idea di quale opportunità ci veniva
offerta e quale l'importanza del compito che ci veniva affidato.
Durante i primi incontri non mi era ben chiaro quale dovesse essere
il nostro ruolo, ma successivamente il dottor Magistrali ci ha esplicitato
il tutto con chiarezza.
Appreso ciò che avremmo dovuto fare, cioè intervistare
alcuni degenti di vari reparti dell'ospedale, al fine di "testare"
la qualità della vita sanitaria, dentro di me avevo sentimenti
contrastanti: da un lato l'entusiasmo e dall'altro la paura e la
perplessità di dover entrare in un luogo per me quasi sconosciuto
e dove trapela la sofferenza.
Tra l'ultimo incontro (in cui il dottor Magistrali ci consegnò
la griglia delle domande utili all'intervista) e l'inizio delle
interviste passò circa un mese, e io in questo periodo speravo
che il giorno dell'intervista non venisse mai, sia perché
avevo un po' di paura e sia perché ero consapevole che essa
mi avrebbe impegnato un intero pomeriggio.
Il mio timore era dovuto al fatto che non ero sicuro di essere all'altezza
del compito affidatomi, non sapevo se sarei riuscito a raggiungere
gli obiettivi di questa intervista, inoltre temevo l'impatto con
un ambiente poco conosciuto e in cui puoi constatare la sofferenza
da vicino, ma mi spaventava anche l'idea che magari qualche intervistato
avrebbe potuto irritarsi o offendersi.
Poi, il giorno della mia intervista arrivò: io e altri compagni
ci recammo all'ospedale accompagnati dalla professoressa Liotti,
così io svolsi l'intervista ad un malato ricoverato nel reparto
di neurologia, che ci accolse con gentilezza.
Terminata l'intervista, sembrava che tutti i timori che avevo fossero
spariti, mi sentii subito risollevato e soddisfatto del lavoro che
avevo svolto, così riuscii ad essere più tranquillo
e sciolto nella seconda intervista, perché ormai avevo acquistato
sicurezza e consapevolezza delle mie capacità.
Il lato forse meno interessante di quest'esperienza penso sia stato
il lavoro di sbobinatura del nastro registrato nell'intervista,
che mi è costato un po' di lavoro e fatica.
Tutto sommato devo dire che questa è stata un'esperienza
sicuramente positiva , che mi ha reso orgoglioso, inoltre sono stato
molto contento di viverla, perché ha ampliato il mio bagaglio
formativo.
Simona Zazzali
Ho partecipato a questo progetto facendo quest'anno due serie
d'interviste, una alla clinica Belvedere e l'altra nella casa di
riposo Vittorio Emanuele. La mia prima esperienza come intervistatrice
non e stata granché: mi ha colpito soprattutto la mancata
organizzazione. Quando siamo arrivati, infatti, ci hanno fatto vagare
per i corridoi alla ricerca di qualcuno che fosse disposto e farsi
intervistare. Molti anziani non erano nelle "condizioni adatte"
o hanno comunque rifiutato: penso che se i medici o chi di dovere
avessero loro esposto il progetto avremmo avuto maggiori consensi.
Fortunatamente abbiamo trovato un famigliare che ha accettato: è
cominciato così l'intervista. Sono stata io a guidarla mentre
la mia compagna faceva da "spalla" e ce la siamo cavata
abbastanza bene. Elisa ed Io abbiamo fatto insieme tutte le interviste
e come detto prima ci siamo trovate bene ed eravamo molto affiatate,
forse perché riuscivamo e riempire l'una i vuoti dell'altra.
Finita la prima intervista abbiamo dovuto aspettare che qualcuno
fosse disponibile in quanto la paziente che ci era stata assegnata
era già andata a casa.
Nella seconda intervista Elisa ed io ci siamo invertite i ruoli.
È stato più difficile in quanto il signore si e dilungato
molto nel racconto della sua vita, faceva fatica a capire le domande,
forse perché nessuno gli aveva parlato del progetto prima.
Invece dai punto di vista dell'organizzazione nella Vittorio Emanuele
sono stati impeccabili: appena arrivati ci hanno condotto in una
sala dove si e parlato del progetto e dove ci hanno spiegato alcune
cose e questo ci ha fatto capire che si erano preparati e organizzati.
Infatti, siamo stati subito dopo condotti in varie sale e ci hanno
affidato le persone da intervistare. Tutte le interviste sono andate
bene anche se sono state molto brevi in quanto nessuno aveva grandi
problemi.
Ma, a parte il lato tecnico di questo progetto (le interviste) che
è comunque importante dal punto di vista scolastico, penso
che queste esperienze ci abbiano insegnato molto dal punto di vista
umano.
Sia nella Belvedere sia nella Vittorio Emanuele abbiamo visto molti
anziani ridotti allo stato di vegetale e questa cosa mi fa pensare,
perché non e una realtà molto lontana da noi. Mi ha
fatti riflettere da una parte sull'egoismo dei figli, dall'altra
su altri familiari che abbandonano questi anziani a loro stessi
e inoltre sulla dignità che un uomo vegetale può avere.
In conclusione anche se ci sono state alcune mancanze dal punto
di vista organizzativo, posso affermare che quest'esperienza e stata
positiva in quanto e stata una lezione di vita.

















