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Recovery significa stare meglio, ma non solo. Significa tornare a riconoscersi nelle proprie capacità, recuperare autonomia, costruire relazioni, affrontare nuove sfide e ritrovare un ruolo attivo nella comunità. È questo il senso del lavoro di Recovery, collegamento e inclusione sociale, guidata da Ornella Bettinardi, confermata nel ruolo di direttore.

Psicologa e psicoterapeuta, Bettinardi porta nel nuovo incarico un'esperienza maturata in oltre quarant'anni di lavoro tra psicologia clinica, riabilitazione, formazione e salute mentale. Un percorso che l'ha portata a occuparsi di emergenza-urgenza presso della Residenza psichiatrica intensiva e dei Percorsi diagnostico-terapeutici in capo al Dipartimento di Salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl di Piacenza. Dal lavoro iniziale sulle psicopatologie più gravi alla progressiva attenzione alla riabilitazione e all'autonomia, il filo conduttore è rimasto lo stesso: costruire interventi capaci e coerenti con le evidenze scientifiche in grado di accompagnare la persona oltre la fase acuta della malattia mentale.

"La persona non è il suo disturbo – sottolinea il neo direttore – Il punto di partenza del nostro lavoro è proprio questo: guardare all'individuo nella sua completezza, individuando le risorse psicologiche e sociali, gli interessi, le capacità e gli obiettivi sui quali costruire un progetto individuale. Il modello bio-psico-sociale applicato alla Salute Mentale, promosso e raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha consentito il superamento della logica puramente farmacologica, promuovendo interventi personalizzati che non si limitano a 'spegnere' i sintomi, ma mirano a restituire centralità alla persona e al suo contesto di vita. L'obiettivo centrale del nostro operato è rafforzare la fiducia nelle proprie possibilità e il senso di autoefficacia, aiutando ciascun utente a misurarsi con traguardi concreti e commisurati alle proprie abilità

Un approccio simile richiede interventi diversi e integrati: terapie farmacologiche, supporto psicologico, percorsi assistenziali, psicoeducativi e riabilitativi, ma anche il coinvolgimento attivo dei familiari e della rete sociale dell'utente.

“È un intervento complesso – continua la professionista – proprio perché la recovery non si costruisce soltanto all'interno di un servizio, ma anche nelle relazioni e nei contesti quotidiani della persona". Gli interventi richiedono un importante lavoro di squadra da parte di équipe multiprofessionali, composte sia da dirigenti psichiatri e psicologi, sia da operatori delle professioni sanitarie appartenenti all'area assistenziale (infermieri e OSS) e a quella riabilitativa (educatori, tecnici della riabilitazione, analisti e tecnici ABA) i cui contributi sono da considerarsi essenziali.

Dalla residenzialità all'autonomia

Una delle priorità del mandato riguarda i percorsi di residenzialità sanitaria e sociosanitaria. L'obiettivo è garantire che le strutture e i percorsi residenziali siano sempre coerenti con i bisogni reali delle persone. Questo avviene monitorando l'appropriatezza degli inserimenti, i tempi di permanenza e le possibilità di evoluzione verso condizioni di maggiore indipendenza, come soluzioni di co-housing o strutture a minore intensità assistenziale. Accanto alla gestione delle strutture residenziali, il programma di lavoro prevede lo sviluppo di progetti individualizzati di recovery, inclusione sociale e inserimento lavorativo. Tra gli strumenti considerati c'è anche il Budget di Salute, utilizzato quando indicato per sostenere i progetti personalizzati di domiciliarità, abitare supportato e di integrazione nel contesto produttivo e sociale. Mettere la persona al centro: è questa, in fondo, la sintesi delle attività di Recovery collegamento e inclusione sociale. Non si tratta di cancellare la difficoltà, ma di aiutare le persone a ritrovare e rafforzare, passo dopo passo, le proprie potenzialità e capacità.

Più integrazione tra i Servizi

Un'altra direttrice fondamentale riguarda il rafforzamento del raccordo tra le diverse Unità operative di Salute mentale e dipendenze patologiche. L'obiettivo è favorire programmi di cura condivisi e integrati, garantendo continuità nei passaggi tra i diversi servizi e setting assistenziali, riducendo così il rischio che la persona perda i propri punti di riferimento nel momento in cui cambia percorso di cura.

In questa prospettiva rientra l'aggiornamento e la valutazione dei Percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali (PDTA) – in linea con le più recenti linee guida e raccomandazioni – dedicati in particolare alle persone adulte con disturbo dello spettro autistico e agli adulti fragili. Questo processo include il coordinamento delle équipe multiprofessionali e il potenziamento della collaborazione con Distretti, servizi sociali, medici di medicina generale, enti del Terzo settore, associazioni di volontariato, familiari e autorità giudiziaria. Particolare attenzione è rivolta anche ai delicati percorsi di transizione all'età adulta per i ragazzi con disturbo dello spettro autistico.

"In tutti i percorsi di cura intrapresi occorre sempre documentare e valutare gli esiti delle nostre azioni - afferma Bettinardi - La verifica dei risultati non è soltanto un adempimento burocratico, ma rappresenta un preciso dovere etico e metodologico del lavoro sanitario".

La salute mentale riguarda tutta la comunità

La prospettiva clinica si allarga così oltre i confini dei servizi sanitari. Inserimenti lavorativi, abitare supportato e coprogettazioni con i Comuni dei vari Distretti (Città di Piacenza, Levante e Ponente), con i servizi sociali e con gli altri soggetti del territorio sono considerati partner essenziali di una strategia mirata. L'obiettivo comune è creare le condizioni ideali affinché la persona possa recuperare autonomia, partecipazione e piena inclusione sociale.

"C'è poi una sfida culturale che riguarda l'intera comunità: contrastare lo stigma. Parlare di salute mentale significa creare una cultura dell'inclusione e ridurre la paura e la distanza nei confronti delle persone che hanno affrontato un problema psichiatrico, qualcosa che può capitare a ognuno di noi".

A completare il quadro vi sono la formazione continua e lo sviluppo delle competenze degli operatori – con percorsi dedicati a recovery, residenzialità, inclusione sociale, autismo e fragilità adulta – insieme alla collaborazione con l'Università e il mondo della ricerca, anche attraverso studi clinici legati alle attività dell'Unità operativa.

La direzione intrapresa, quindi, non è soltanto quella di curare la malattia, ma di costruire le condizioni per cui la persona possa tornare a vivere, scegliere, partecipare e progettare il proprio futuro. È qui che il concetto di recovery diventa concreto: nel passaggio dalla cura medica alla possibilità di riprendere pienamente il proprio posto nella vita quotidiana e nella comunità.

Ultimo aggiornamento

08-10-2026 11:24